Fraternità

Eremo Betania

SPAZIO E TEMPO D'INCONTRO CON DIO, CON GLI ALTRI, CON TE STESSO...

28 dicembre 2014

DECIMO INCONTRO F.U.G. (Fraternità Umana in Gesù)

Cari amici,

“come dà gioia che i fratelli stiano insieme”, anche in questi ultimi giorni dell’anno, raccolti nel salone riscaldato dell’eremo in ascolto della Parola.

21Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31preparata da te davanti a tutti i popoli:

32luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele».

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35– e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

36C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. (Lc 2, 21-40)

Fratel Tommaso ci ricorda che il Vangelo di Luca, composto circa nel 70 d.C., non è semplicemente una cronaca degli eventi che riguardano la vita di Gesù, in particolare i due cap. dell'Infanzia di Gesù; è piuttosto una meditazione e un annuncio di un 'discepolo', di uno che ha aderito alla testimonianza, ai messaggi degli 'Apostoli' e li trasmette in racconti, a volte poetici, per la sua comunità e per coloro (tra cui noi) che verranno.

Nel secondo capitolo, in particolare, si affronta la nascita di Gesù e la visita dei pastori; in questo bambino che nasce si realizza l’incontro tra il cielo e la terra. I pastori sono i primi che si recano a fargli visita. I pastori vivevano fuori dal villaggio, nomadi, per custodire il loro gregge, non potevano partecipare ai riti del tempio; erano dunque degli impuri...fuori dalla Legge, ultimi. Proprio i pastori accolgono il Bambino, mistero di Salvezza, di Pastore Buono. Essi stessi diventano così il simbolo di ciò che sarà Gesù, il Pastore bello, a partire dagli ultimi. Matteo, nel suo Vangelo, utilizza invece il simbolo dei re magi (sapienti, che vengono da lontano) per sottolineare la sapienza di Gesù, il Sapiente.

La figura di Simeone (che significa “Dio ascolta”) rappresenta colui che, seguendo il comando di Dio “Ascolta Israele!”, ha saputo ascoltare e che diventa capace di vedere come Dio. “Lo Spirito Santo era su di lui...gli aveva predetto...Mosso dallo Spirito: centrale è il ruolo dello Spirito Santo, del soffio di Vita che interviene liberamente nella storia e nelle persone e suscita una missione, un compito. Il Cantico di Simeone è il più bel canto in favore di Israele: è il canto di uno risorto, che ha saputo vedere le cose nella linea nuova dello Spirito. Come Maria, che canta il Magnificat, Simeone è un beato e può morire perché ha riconosciuto il Messia. Insieme ad Anna, egli rappresenta il cammino 'completo, compiuto' di tutto Israele. Come Giuseppe, egli è un uomo giusto e pio, ma non secondo la legge. La Giustizia va oltre la legge degli uomini: va nell'Alito dello Spirito, che spinge ad accettare una novità che è -non ben capita subito- per il bene di tutti.

Così Simeone è un giusto. È nella volontà di Dio per il bene del suo popolo e di tutti (Luce per illuminare le genti!),per l’umanità.

Possiamo oggi vedere in papa Francesco un altro giusto, non secondo la legge 'cattolica', ma perché va verso ogni uomo, cercando di ritrovare Gesù, vea Luce (non la Chiesa, non la Dottrina..)? Credo proprio di sì, anche per 'i cattolici medi'(farisei di oggi?), turbati da Francesco, che lo mettono in dubbio.

Le parole di Tommaso ci fanno riflettere sul fatto che Gesù e i suoi genitori, lì a Gerusalemme, erano degli anonimi, ma Simeone -in fondo uomo del tempio- - l’ha riconosciuto, perché spinto dallo Spirito. Ciò che fa la differenza è saper ascoltare lo Spirito. Ci colpisce l’apertura alla novità di questa persona anziana, la sua libertà: è fondamentale accettare la novità, andare oltre i nostri schemi mentali, i nostri blocchi su tradizioni, definizioni ritenute eterne, le nostre categorie.                                                                                                                              Continuando la condivisione, ci confrontiamo sul tema dell’obiezione di coscienza, sulla necessità di portare rispetto e attenzione all’altro, che, pur nei suoi limiti e nelle sue difficoltà, non va mai isolato. Si è arrivati così a parlare del passaggio epocale di visione circa i sacramenti, in particolare l'Eucarestia vista come cibo per gli affamati, medicina per i malati...non questione di merito La domanda più giusta non è: Può la Chiesa ammettere i divorziati alla Comunione, ma: Ha il diritto la Chiesa di vietare ai divorziati che, facendo un cammino di fede, desiderano la comunione di impedirgliela?

Tommaso: “Veniamo tutti dal ventre di una donna (riprendendo da Francesco nel suo messaggio per il primo dell'anno 2015), cioè dello stesso sangue umano, e questo ci fa fratelli alla base.         Le religioni spesso non partono da questo, ma mettendo al centro verità definite o sacramenti, diventano idoli a cui si sacrificano perfino vite umane.... Il primato è di Dio, il primato è della coscienza umana: nel profondo ciascuno è più buono di quel che non pensa. Ancora:                 Siamo sempre in cammino verso la gratuità: è un cammino lento, la legge è un aiuto a passare a una realtà dove appunto la legge indirizza, ma si è liberi e si è impegnati a fare delle scelte. L’obbligo della messa alla domenica, cosa forse buona, ma quanta passività, quanta riduzione di un vero cammino di fede! Al contrario, l’eucarestia è esperienza di incontro, di comunione. Ci vogliono gli obblighi, ci vogliono le leggi, ma c'è sempre da dare il primato alla GRATUITA’, alle cose fatte per Amore, non per merito o solo per obbligo. In definitiva vado alla Messa perché è cosa buona,perché è bene per me, per la comunità, non perché se no vado all'inferno o pecco..

Altro punto toccato: “Per sempre” Per sempre, lo posso dire solo sentendo che a me è impossibile. E’ una confessione di fede: confesso che vengo da Lui, che sono amato, confesso che non sono capace di novità, ma nel Tuo nome mi puoi dare novità per sempre… Chi tiene 'per sempre' non è certo per merito, ma perché beato, come Simeone, come Maria. C’è la nostra risposta, il nostro impegno e volontà, ma di fondo è un dono, non è opera mia… “Nel Tuo nome :Signore Gesù, Fratello, Amico, mi impegno per sempre”.

Facci persone libere,

libere di amare,

libere di donare, libere di benedire

libere di cantare e danzare,

libere di servire come te.

* * * * * * * * * *

Dopo la condivisione dei vissuti, questa volta anticipata, riprendiamo la riflessione sull’esperienza di vita di Charles de Foucauld e su come lui ha maturato il mistero di Nazareth.

Dopo l’esperienza di fuga dal mondo nella trappa, credendo di trovare la povertà di Nazareth, e quella da eremita nella vita nascosta e solitaria presso le Clarisse di Nazareth,pensando di vivere il vero Nazareth, Charles decide di essere prete per imitare Gesù, accetta di essere sacerdote per umiltà. Meditando su Gesù che vive nella contemplazione del Padre pur rimanendo mescolato alla gente del villaggio, capisce che la casa del Padre è la vita quotidiana, che vivere la vita di Nazareth è vivere con la gente, in mezzo alla gente. Si sente uno come gli altri, niente di straordinario: è nell’ordinario che passa il mistero della vita umano-divina.

Avendo iniziato piuttosto come vita monastica tra i mussulmani, successivamente (data anche la dispersione e la riflessione causata dalla seconda guerra mondiale) Voillaume (fondatore dei P:F:) e i primi Piccoli Fratelli capiranno che Charles voleva piccole fraternità inserite tra la gente, come una famiglia normale in mezzo a altre: rimanere nell’ordinario vissuto nel lavoro, nella povertà/ solidarietà, umiltà, nascondimento, preghiera, amicizia, bontà, misericordia... Questa intuizione di Charles di cogliere la forza dell’ordinario, dove vivere, come Gesù, in comunione con Dio, ci coinvolge direttamente: siamo chiamati a vivere il Vangelo con la vita, non tanto con le parole. Siamo missionari là nel quotidiano, in base a come lo viviamo. “Sono stato chiamato non per convertire, ma per convertirmi” e alla fine siamo chiamati sull’Amore; ci sarà chiesto: “Hai amato?”.

Un po' di tisana, un po' di gioia diffusa in scambi, ci salutiamo con affetto fraterno, nell’attesa di ritrovarci tutti per il prossimo incontro di domenica 22 febbraio 2015.

Sempre in cammino, imparando l’ascolto e l'accoglienza del Suo Spirito nell’ordinario.

Massimo e Chiara