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A CENTO ANNI ….. CARLO CARRETTO

Un uomo libero, innamorato di Dio, dell’Uomo e della Chiesa.

 

A Spello, con Carlo Carretto, ho imparato che il cammino è senza fine.

Sono in cammino (pellegrino) al seguito di Gesù di Nazareth, nella spiritualità di fr. Charles de Foucauld, grazie a fratel Carlo Carretto.

La mia vocazione come religioso, come piccolo fratello del Vangelo, ha radici spellane, cioè data dalla prima venuta a Spello: nel chiostro di S. Girolamo dove si celebrava una liturgia viva; nella cappella con il grande crocifisso e Carlo che, inginocchiato all’araba con lo sgabello, fa adorazione; negli oliveti al lavoro con Antonio Timio, Guerrino o Vincenzo.

Come prete diocesano dovevo fare una settimana di ritiro. Avendo sentito di fratel Carlo,che già conoscevo, e dell’eremo di Spello, scelsi di fare lì la settimana.

Scoprii un altro modo di fare ritiro. Non le 4 prediche al giorno, non la fuga dal mondo, bensì un andare più a fondo nella relazione con Dio riscoperto nella creazione, nell’adorazione come silenzioso dialogo d’amore, nella Parola condivisa; un incontrare gli altri in ascolto reciproco, imparando a diventare fratelli e sorelle; un andare dentro se stessi liberando le paure, senza sensi di colpa, imparando a camminare liberi e leggeri.

In questi due giorni, a cent’anni (passati) dalla nascita, sono venuto per continuare il cammino cercando di respirare lo spirito di Carlo che aleggia più che mai su queste Colline della speranza (così cominciò a chiamarle a partire dagli anni 70): uno spirito di umanità vera, di libertà, di accoglienza, di convivialità, di speranza. Dirò cose piccole senza pretesa alcuna; niente di nuovo, ma colorato a modo mio. Carlo ha scritto ‘Io Francesco’, colorato a modo di Carlo, armonioso.

Ma io non so volare; ho un’ala soltanto. Sono venuto qui a fare memoria perché ho bisogno della vostra ala, dell’ala di Carlo per volare ancora, per tentare di essere a mia volta ala per tanti che sono(come già ai tempi di Carlo) in ricerca, per tanti che appesantiti dal mito del mercato, dal potere, dal denaro prima di tutto, dall’apparire, o feriti dallo sfoggio purpureo e ancora troppo fastoso di vesti cardinalizie, giacciono a terra senza librarsi -deboli nella fede- nel cielo di Dio, della vita donata per amore.

Carlo: un uomo che ha saputo librarsi con Dio, con gli altri, con la chiesa, un uomo libero.

 

Si, a Spello, circa 40 anni fa, ho incontrato prima di tutto un uomo (mentre ancora mi aspettavo un frate con l’abito e gli abiti da frate), un uomo libero, in cammino di liberazione senza fine. Un uomo leggero, pur con il suo peso, accogliente, semplice, ridiventato bambino , innamorato di Dio, dell’Uomo e della Chiesa.

Negli occhi, una luce particolare, uno sguardo penetrante; nella voce un suono familiare, attraente coinvolgente; nella mani una presa affettuosa e sicura, avvolgente, che rialza dalla caduta, che si appoggia al bastone, si, perché …; nelle gambe una storta da iniezione sbagliata. Ma ciò che poteva essere (e di fatto era) una disgrazia, si avvertiva che era divenuta strumento d’incontro e di relazione rinnovata con Dio,con gli altri e con se stesso.

Carlo aveva sognato di fare una fraternità sulle Alpi. Non dalle Alpi alle piramidi, ma dalle Alpi ha dovuto scendere alle colline, divenute le Colline della Speranza, e usare la sua famosa maggiolino che guidava con il piglio di un pilota Ferrari.

Quante discese nella vita di Carlo per librarsi in volo, per salire in umanità vera, in sapienza e grazia! Vorrei solo ricordare, come esemplare, cio’ che un p. fratello francese -non troppo in simpatia con lo stile di Carlo- nei primi anni di Spello rispondeva a chi arrivando al S. Girolamo aveva la disavventura di chiedere: dov’è il professore ? riferendosi a Carlo. La risposta: il professore è morto! Come? Si, il professore è morto. Se cerca fratel Carlo è in cucina o dalle galline …

Lo ricordo, seduto sul muretto del Giacobbe, con a fianco Giovanna, sorella pellegrina, le gambe accavallate (“ E’ in questa posizione che riposo meglio”) -lo sguardo attento e meravigliato sulla vallata di ulivi e il paese là in fondo, luminoso, sotto il sole cadente- a sgranare sapienza umana, evangelica con giovani e adulti, vecchi amici e nuovi, a ridere di cuore con chi era nella gioia e piangere nel cuore con gli afflitti. Sempre però abitato dalla speranza: “E’ più difficile scappare da Dio, molto più difficile che rimanere in Lui. Perché Lui, Gesù, è sceso in fondo, nello sporco, nel dolore di ognuno e là ti aspetta e ti ama, ti prende in spalla e ti innalza ….” ‘E Dio vide che era cosa buona’ è l’ultimo suo libro, quando, già molto malato,traduce in scritto ciò che sta vivendo, a Ponte di legno in Val Camonica, a casa dei Morra, grandi amici dai tempi della fraternità di Bindua, in Sardegna dove Carlo era stato per un tempo.

Al Giacobbe, a S. Girolamo, negli eremi, il ricordo più vivo e indelebile che ho:

fratel Carlo persona libera. Di una libertà che è sempre dono di Dio, ma acquistata, palmo a palmo, nei suoi lunghi momenti di preghiera, vissuti spesso nelle lotte con il suo Signore e Fratello, come era avvenuto per Giacobbe. Di qui il nome dell’eremo dove Carlo viveva più di frequente. Quante volte ho sentito commentare l’episodio biblico di Giacobbe al guado, della lotta con l’Angelo, con toni appassionati e in cui si sentiva l’esperienza personale. Libertà acquistata nei numerosi contrasti che si era trovato ad affrontare e che a costo di pagare di persona aveva sempre cercato di risolvere seguendo fino in fondo la propria coscienza.

L’ultimo appello, la tua coscienza”, Tommaso. E questa frase la dice lunga su una fede vera, legata a Dio e alla responsabilità nostra, di uomini, non a religioni, chiese, leggi.

Carlo non era caratterialmente una persona molto domabile. I suoi fratelli di fraternità e/o superiori lo conoscevano bene e pur stimandolo ed amandolo profondamente, lo seguivano con una certa apprensione per la paura che, attirando tutte quelle folle, stravolgesse il carisma proprio dei Piccoli fratelli votati al nascondimento e alla semplicità della vita quotidiana. Conosciutissimo per il suo passato in A. C. e il suo rientro in Italia con il libro ‘Lettere dal deserto’ (nato dagli anni nel Deserto del Sahara), Carlo era facilmente a portata dei giornalisti. Ma lui, senza troppi problemi, se c’era da battere i pugni sul tavolo, lo faceva. A volte in modo -è vero- un po’ maldestro, come nel caso della posizione sul divorzio. Chiederà infatti perdono al Vescovo, ma appunto per il modo, non per il contenuto. Qualcuno infatti aveva visto in quella presa di posizione come un atteggiarsi a ‘profeta’ oltre che un passo falso, mentre quell’intervento era frutto di sofferenza e di notte di preghiera e di saggezza.

 

A Spello dunque, con Carlo, da Carlo, -Vangelo alla mano-, come suggeriva Charles de Foucauld: Ritornate al vangelo, in adorazione davanti a Gesù eucarestia, sia di giorno e una volta alla settimana di notte (“Fratellino, sorellina alzati: meglio pregare che dormire”), a contatto, nel lavoro, con i contadini della vallata, ho imparato (dal ‘69 la prima volta, poi novizio, poi in fraternità dall’84 al 91) a camminare nella conoscenza del volto di Dio, del volto dell’Uomo, del volto della Chiesa.

Pellegrini, come il pellegrino russo la cui icona -della pittrice e amica Margherita Pavesi, che con altre icone aveva dato un tono d’arte e di forte presenza dello Spirito- campeggiava all’entrata della cappella del Giacobbe; in cammino, pellegrini e stranieri sempre, come e sulle orme del Pellegrino tra Cielo e terra, tra Dio e l’uomo, imparando ancora e sempre a credere, a pregare (‘Sono una preghiera in cammino’), ad amare … Questo uno dei primi insegnamenti di chi, venuto a Spello per motivi vari, ripartiva con fiducia, con speranza, con la beata povertà di chi sa che ‘Non esiste il cammino; è camminando che si fa il cammino’.

E nel ‘pellegrinaggio’ della sua vita, perché così si può dire, visto i vari passaggi, ma in profonda unità di radici e di direzione, Carlo mi ha portato a scoprire un altro volto di Dio, un altro volto dell’Uomo, un altro volto di Chiesa.

Il problema è proprio quello: Credo o non credo in Dio, ma quale Dio? Sto dalla parte

dell’Uomo, ma quale Uomo? Faccio parte della Chiesa o la rifiuto, ma quale Chiesa?

 

Quale Dio?

Quando arrivai a Spello, venivo da una famiglia ultra cattolica di un paesino delle Langhe, proprio confinante con il paese dei genitori di Carlo. Venivo dal seminario, da un misto di teologia conciliare e preconciliare, con anche buoni professori, ma il clima generale era ancora del ‘prima’: un Dio potente, anzi onnipotente , un Dio piramidale dominava ancora (e ora si vuole ritornare lì), dunque una chiesa forte, gerarchica soprattutto, che chiede degli ‘araldi’ per l’altare; dei nemici da combattere ….

A fianco di Carlo, nel clima del Concilio e nella spiritualità di fr. Charles de Foucauld, tanti hanno scoperto il volto Umano di Dio, il volto di Gesù di Nazareth

Dio Padre e Madre (Papà e Mamma), un Dio che fa dei figli non degli schiavi o solo degli oggetti, che invita a stare con Lui , nella casa che è casa di tutti, proprio tutti, di tutte le etnie, tutte le religioni, tutti figli nel Figlio.

Dio Bambino, Piccolo, che scende nella valle, nella pianura (Vangelo di Luca) che si confonde davvero, non per scherzo, con i peccatori, con i piccoli.

Un Figlio di Dio laico, (“Non voglio essere presbitero, per conservare un minimo di libertà .…”) operaio, pescatore, che invita a tavola i peccatori, le prostitute ….

Dove Carlo ha imparato queste cose? Certo dal Vangelo, dalla Bibbia “Basta con un cattolicesimo senza Bibbia, con una predicazione senza midollo … Quando bruciò il tempio di Gerusalemme, gli Ebrei, che se ne intendevano di tesori, abbandonarono alle fiamme tutto, ma salvarono la Bibbia”; e in particolare dall’altro Carlo,(che anche qui in Italia è meglio chiamare fr. Charles per non confondere), e da Milad, piccolo fratello maestro dei Novizi a El-Abiodh, nel deserto, che lo invitò a spogliarsi di tutte le sovrastrutture, di tutte le vanità del passato, anche l’indirizzario (bruciato tra le dune di sabbia), per imparare a ‘gridare il vangelo con la vita, nell’essere piccolo e fratello universale, come Gesù’. Un Dio imparato in ginocchio davanti all’Eucarestia, dove ‘si sta come lucertole al sole, ma soprattutto come un feto, essere vivente, nel seno della madre’.

 

Carlo piccolo e bambino. Oh si, Alcuni segni: non dice mai, avrei potuto essere parlamentare, onorevole ….; non ha nostalgia degli anni di gloria (300 mila baschi verdi in S. Pietro …); è gioioso di vivere in semplicità, guida la macchina come un bambino a volte chiudendo gli occhi “Sai Tommaso cos’è la fede? Ecco …”, e giù con gli occhi chiusi. Dipinge il carrettino nella mani della Madonna; interviene a volte in questioni politiche sognando come un bambino. (Oggi direbbe, come lo ha fatto per i suo tempo: Se a Montecitorio, se come Premier ci fosse un bambino le cose andrebbero bene, così è solo una rovina, un disastro).

Carlo: appassionato di Dio (“Quando sarò nell’Al di là non chiedetemi miracoli, ma il dono della fede”), del Dio di Gesù di Nazareth, del calvario, vivente; Carlo appassionato dell’Uomo.

 

 

 

Quale Uomo?

Sui passi di Carlo zoppicante (in umanità siamo tutti zoppicanti), ho ritrovato ogni umano nel ‘figlio dell’Uomo’. Carlo, un uomo prima di tutto, prima di essere maestro o professore, prima di essere il Presidente (di A. C.), prima di essere piccolo fratello, senza nulla togliere al fatto di essere un religioso.

E a Spello ho incontrato un uomo che, soprattutto nell’ospitalità accogliente, calorosa, (“oh, sorellina, che bello vederti, rivederti”), indicava a tutti, anche senza parole, Colui che qui a Betania abbiamo imparato a cantare così: Tu nostra luce, Tu nostra pace, sei Tu lo splendore dell’umanità, l’Uomo-Dio, Gesù di Betlemme, di Nazareth, figlio di Dio.

In fraternità a Spello ho imparato, che in quel batuffolo di carne della grotta di Betlemme tutti i bambini (gli uomini), di tutte le etnie, religioni sono tutti plasmati nella divinità. Si tratta solo di risvegliarsi a questa verità. Ho imparato che dunque i sacramenti sono un segno, un risveglio,( ma aggiungono ontologicamente qualcosa?).

 

Ecco, desidero raccogliere in un solo colore l’arcobaleno di Umanità che Carlo ha vissuto e mi ha fatto ammirare, il colore arancione della Convivialità.

Che la vita sia una chiamata a ‘mensa’, a ‘messa-convito, dialogo, condivisione, fraternità, amicizia’, Carlo me lo ha fatto gustare proprio a tavola nelle case dei contadini della vallata Chiona o in paese; così come durante i pasti (pranzo e cena) al Giacobbe, al S. Girolamo o negli eremi con gli ospiti; e ancora durante i digiuni (a vote) del venerdì, non vissuti con volto triste bensì con il profumo che sfociava nella cena festosa del dopo la liturgia di riconciliazione. Me lo ha fatto gustare nelle Liturgie del sabato sera, preparate dai vari eremi e condivise, come a tavola, nel chiostro per nutrirsi di Parola fatta ri-suonare reciprocamente con canti, danze, poesie-preghiere, fiori, terra , acqua …; e ancora nelle Messe-mensa domenicale nel ‘sacro’ refettorio del chiostro con il telone arancione, dove l’eucarestia era ‘Una’ dall’inizio del rito -Nel nome del Padre … - alla pasta asciutta condivisa, seduti sui muretti del chiostro, nella gioia di ‘chiacchierare’ conoscendosi meglio, rinforzando amicizie nelle confidenze reciproche e a volte intessendo matrimoni.

La vita dunque un ‘banchetto’, una ‘mensa’ non dove qualcuno si abbuffa e altri soffrono la fame, una mensa sapendo gustare i dolci del maestro Nestore, la contadina minestra di Maria Baglioni, gustando e facendo gustare il vissuto di ogni con-mensale venuto da tante parti d’Italia o del mondo. Uno dei segreti di Carlo, di Spello, un segreto che io chiamo ‘sacramento della tavola’ erano proprio le ‘presentazioni’ o ‘condivisioni’ a tavola dei discreti: perché sei venuto? Da dove vieni? dove vai? che cosa ti preoccupa, ti anima?

Convivialità nell’accoglienza. A Spello Carlo ha accolto persone di tutti gli strati sociali, di tutte le differenti ‘Chiese’, di tante religioni diverse. Ognuno trovava la porta aperta. Se osava frenare l’invadenza, a volte pregava così (di fronte a tutti): “Signore metti le ali a chi viene in ricerca, con desiderio di condividere il quotidiano degli eremi, ma ‘buca’ le ruote di chi viene solo per approfittare, per danneggiare ….”

Convivialità tra piccoli fratelli e ‘sabbatici’, .riuscendo a far stare alla stessa tavola del ‘regno’ (a volte non senza difficoltà) carsismi diversi, stili di vita differenti. Penso in particolare a Giovanna con il suo carisma di pellegrina, con il suo dono di accoglienza, per anni a fianco di Carlo al Giacobbe; penso a Pierangelo e il suo straordinario carisma di canto, a Gino e Meri, a Erina e tanti altri

Convivialità con i proprietari degli eremi (non sto a nominarli tutti, sono più di 25) che Carlo sapeva coinvolgere nella condivisione non solo dei beni terreni ma dello spirito, del cammino di fede.

Convivialità con tutto il paese di Spello in tutte le sue dimensioni, anche artistiche (penso in particolare alla collaborazione con il pittore Norberto e con Orlando , che, come p.f. era stato agli inizi con Carlo al s. Girolamo, passato al Padre -non a caso- proprio ieri); convivialità con le varie amministrazioni in un clima di non giudizio, di ‘il primo dialogo è la collaborazione nelle opere di bontà.’

Convivialità tra i piccoli fratelli stessi del Vangelo (per es. Giuseppe Florio, con il suo talento di annuncio della Parola, ma in un rapporto non facile con Carlo), con gli altri rami della spiritualità di Charles de Foucauld, in particolare, anzi direi preferenziale con G. Carlo Sibilia e la Comunità Jesus Charitas da lui fondata.

Convivialità , la più difficile, con la chiesa locale (penso a D. Angelo parroco di S. Lorenzo), comunque desiderata, ricercata e voluta anche attraverso la richiesta di perdono.

Andando più a fondo nella vita di Carlo: convivialità tra presente e passato (Piccolo fratello e Azione cattolica), non spaccatura,bensì approfondimento (anche se al momento di fare il passaggio, gli è parso così, ma questo è il famoso detto di Gesù: lascia – addirittura si traduceva: se uno non odia- il padre, la madre … lascia tutto e seguimi. Nei passaggi c’è sempre un distacco…).

Carlo, non sposato, eppure ‘coniugato’ nel suo intimo, nel cuore.

Lungo il cammino, dall’esperienza di Direttore didattico, dall’Azione Cattolica al Deserto di El-Abiod, di Tamanrasset, aveva imparato a fare unità dentro, senza confusione, a cogliere che le differenze, le diversità, le difficoltà o li metti d’accordo nel cuore, oppure rimangono o diventano ostacolo, paura … Si avvertiva che Carlo aveva imparato la Pace dentro, la Giustizia dentro, la Povertà dentro, l’Ospitalità dentro; avvertivi un celibe “coniugato”. Per questo poteva abbracciare uomini e donne, i poveracci (alcolisti, drogati, malandati …) come i parlamentari.

I coniugati, in particolare i religiosi ‘coniugati’, sanno amare davvero e hanno il segreto dell’ e … e …. (non conoscono o … o …., salvo per: o Dio o mammona): Divinità e umanità, lavoro e preghiera, maschile e femminile, azione e contemplazione; cattolici e protestanti; europei e africani, cristiani e mussulmani ….

Questo significa mettere l’uomo al centro, essere appassionati di Dio e dell’Uomo.

E poi Carlo era appassionato, figlio scomodo ma fedelissimo, della Chiesa.

 

Quale Chiesa?

Non mi voglio soffermare. Oso solo dire che da Carlo ho imparato un po’ a far parte del ‘popolo di Dio’ che è la Chiesa universale, con un credo che formulerei cosi, prendendolo da d. Miche Do, parroco a St: Jacques in Val d’Aosta, figlio spirituale di Mazzolari

 

Credo in Dio,

amore infinito, Padre di bontà, Misericordia che si manifesta nel cosmo e nell’umanità.

E in Gesù, nostro Messia, immagine unica di Dio, Figlio beneamato.

Egli percorse il cammino della Compassione fino alla sofferenza e alla morte,

fu crocifisso per ordine di Pilato, morì e fu sepolto,

ma vive in pienezza, perché si è aperto a Dio, risuscitato,

rimanendo interamente immerso in Lui,

Egli conduce tutta l’umanità alla sua pienezza.

Credo nell’azione ispiratrice del Soffio di vita di Dio, Spirito Santo Consolatore.

Credo che nella comunità universale della chiesa,

Gesù, il Cristo, continua a vivere con volto umano.

Credo nel dono di Dio, che ci sana e fa di noi una nuova creazione,

per diventare, infine, nuovi esseri umani.

E credo nel futuro divino dell’umanità, un futuro che significa la vita senza limiti. Amen

 

Avant’ieri un amico, p. Giordano Cabra di Brescia, che era presente (aveva 19 anni) al grande raduno dei 300 mila baschi verdi in P. S. Pietro mi diceva: “La forza di Carlo era l’entusiasmo genuino per la Chiesa corpo mistico di Cristo , entusiasmo che coinvolgeva e spingeva a una missione di ‘araldi’ di Cristo, di contrapposizione con le forze del male, di servizio alla Chiesa, al Papa … Io poi l’ho seguito meno nel suo cammino nel deserto, come piccolo fratello quando, credo -e lo sto riscoprendo ora con te- è passato a seguire e annunciare, con entusiasmo genuino, Gesù Cristo di Nazareth, del Calvario e Risorto nel mondo (non del mondo) e nella Chiesa”.

Nell’anno sacerdotale, da poco terminato, a Betania dove mi trovo (Padenghe sul Garda) abbiamo spesso ripresola lettera a Pietro del 4 febbraio 1987.

"Quanto sei contestabile Chiesa, eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità! Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello. Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure. No, non posso liberarmi di te, perché sono te pur non essendo completamente te. E poi dove andrei? A costruirne un'altra? Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che porto dentro. E se la costruirò, sarà la mia Chiesa e non quella di Cristo. Coloro che sognano cose diverse da questa realtà, non fanno che perdere tempo. E in più dimostrano di non aver capito l’uomo. Perché quello è l’Uomo, proprio come lo rende visibile la Chiesa, nella sua cattiveria e, allo stesso temo, nel suo coraggio invincibile che la fede in Cristo gli ha dato e la carità di Cristo gli fa vivere”.

La Chiesa di Cristo, non la mia! La chiesa di ‘peccatori in conversione, in cammino ….’

La chiesa della Verità-Amore, che è mai riducibile a formule, a leggi, a sabati; ( chiesa che ha il coraggio di denunciare i ‘pedofili’, ma senza partire ancora una volta, con la lancia in resta, per la difesa di una chiesa pura), la Chiesa della Misericordia come pienezza della giustizia, della santità.

Tutto un dono, tutto un cammino.

Ancora una volta: Un cammino senza fine …

Grazie Carlo , tu l’uomo che cammina con il bastone, un bastone (il famoso vincastro del salmo) che ti proteggeva, che ti sosteneva, con cui, alzandolo, benedicevi chi arrivava e chi partiva e a volte rimproveravi le ‘galline’ che invadevano l’orto del Giacobbe; grazie per aver indicato un cammino di Dio (in Dio), dell’Uomo (nell’uomo), della Chiesa (nella Chiesa) …..

 

4 ottobre 1988, S. Francesco:

L’infermiere Francesco - quanta dedizione amorosa per Carlo! - ti aveva chiesto: Berresti un po’ di spumante? E tu, con un lontano sorriso, avevi fatto cenno di si, più con gli occhi che con la testa. Hai avuto il goccio di spumante (S. Francesco aveva avuto il dolce). Dopo aver tentato di bere il goccio, la difficoltà a respirare aumentò - probabilmente si staccò del catarro - e alle 21,32, la sera di S. Francesco, sei entrato più dentro il Cielo: E terra ancora e Cielo, e qui e oltre, nella convivialità.

Cantammo il magnificat. Continuiamo a cantarlo insieme, Liliana la sorella, i P.F. del Vangelo., i P.F. di Jesus Caritas, gli amici di Spello, gli amici dell’A. C. e di tante parti d’Italia e del mondo, con Carlo vivo sulle due sponde del gran Fiume della Vita.

Fratel Tommaso

Li 2.10.2010

Betania, Padenghe s. Garda

 

Padre mio,

mi abbandono a Te.

Fa di me ciò che Ti piace.

Qualunque cosa Tu faccia di me

Ti ringrazio.

 

Sono pronto a tutto

Accetto tutto,

purché la tua volontà si compia in me

e in tutte le tue creature.

Non desidero altro, mio Dio.

 

Rimetto la mia vita nelle tue mani,

te la dono, mio Dio,

con tutto l’amore del mio cuore,

perché Ti amo.

 

Ed è per me un’esigenza d’amore

Il donarmi,

il rimettermi nelle tue mani,

senza misura,

con una confidenza infinita.

Perché Tu sei

Il Padre mio

 

     Charles de Foucauld